I consumatori cambiano le proprie abitudini: Ascom Treviso offre ai propri consociati la lettura del cambiamento.
Pomini: Bisogna prendere atto del cambiamento ed agire.
Sono stati presentati ieri ,2 febbraio 2010, i dati dell'Osservatorio Consumi dell'Ascom Confcommercio di Treviso, voluto dai vertici dell'associazione per analizzare la situazione dei consumi del mercato trevigiano, sempre inserito nel contesto regionale e nazionale e fornire così un utile strumento di analisi per la escelte strategiche degli imprenditori che operano nel terziario.
I consumatori stanno cambiando guardando con più attenzione alle occasioni offerte dai saldi, proponendo una modalità di acquisto che non mette più al centro la ricerca della qualità assoluta: E' necesario prenderne atto e modificare le proprie scelte commerciali.- afferma il Presidente di Ascom Confcommercio Guido Pomini.- Un invito dunque ad un approccio commerciale orientato alla conoscenza della domanda che è l'obiettivo che si è posto l'osservatorio.
L'Osservatorio economico sui consumi e sui consumatori di Unascom ConfCommercio della provincia di Treviso, monitora trimestralmente, su un campione rappresentativo di operatori commerciali, l'andamento dei consumi in provincia interpellando direttamente gli operatori commerciali, suddivisi in varie categorie merceologiche e dislocati nei Comuni della provincia.
Responsabile scientifico del progetto - che si avvale del supporto della Camera di Commercio- è il prof. Vittorio Filippi, docente di sociologia all'Università Cà Foscari di Venezia che opera in collaborazione con un team di esperti.
Vittorio Filippi apre la sua relazione con queste parole - Non c'è dubbio alcuno che il 2009 da poco conclusosi sia stato per l'economia un vero e proprio annus horribilis, un anno se mai fosse possibile certamente da dimenticare.
La comparazione però, tra i trimestri degli anni precedenti, fornisce qualche informazione che fa intravedere una tenue ripresa. - Infatti - dice Filippi - non si possono nemmeno ignorare quei segni congiunturali modesti ma in via di infittimento che sicuramente non invertono di colpo o chiudono (ingenuamente) la crisi, ma per ora la stanno comunque temperando offrendo realistiche speranze di uscita progressiva dal tunnel recessivo in cui siamo chiusi da molti, troppi mesi.
Vi riportaimo in forma integrale la realzione del Responsabile scientifico del progetto Vittorio Filippi.
I consumi nel quarto trimestre del 2009
Non c'è dubbio alcuno che il 2009 da poco conclusosi sia stato per l'economia un vero e proprio annus horribilis, un anno se mai fosse possibile certamente da dimenticare.
Infatti la crisi del 2008-2009 è stata per l'Italia la più seria dal dopoguerra: in un arco temporale ridotto, tra il secondo trimestre del 2008 ed il secondo del 2009, il Pil è ritornato sui livelli della fine del 2001 e la produzione industriale addirittura su quelli di metà degli anni Ottanta.
Non meraviglia quindi che il Pil sia sceso in Italia del 4,9% nello scorso anno e del 4,4 in Veneto. E non deve neppure meravigliare che la gelata abbia coinvolto l'occupazione (763 mila posti di lavoro cancellati) come pure il terminale sociale finale della catena produttiva, cioè i consumi.
Il Censis, presentando in dicembre il suo rapporto annuale, ha rilevato che più di una famiglia su quattro arriva a stento a fine mese e si arrabatta pescando nei risparmi accumulati, dilazionando i pagamenti, ricorrendo a lavoretti integrativi, eliminando gli sprechi o chiedendo prestiti. Ma soprattutto tagliando e ridefinendo i consumi in una logica tutta low cost, dato che solo il 71% delle famiglie (79 nel nordest) ritiene di avere oggi un reddito sufficiente per vivere.
Di conseguenza è entrata in sofferenza anche l'occupazione del terziario commerciale, scesa del 14,5% secondo il Censis; ed anche in Veneto che pure indubbiamente ha in generale maggiori capacità di resistenza le assunzioni nel commercio sono calate del 17% nel 2009 rispetto all'anno prima.
Parafrasando Galileo, potremmo però dire E pur si muove. Infatti i mesi attorno a Natale hanno visto l'intensificarsi di piccoli, timidi, anche contraddittori ma numerosi sommovimenti congiunturali ed anche di psicologia collettiva.
Il contesto rimane delicato, indubbiamente: la crisi non si intensifica ma si allunga nel tempo. L'Istat registra a novembre (ultimo dato disponibile) un calo annuo delle vendite al dettaglio dell'1,3%, un calo che ha interessato anche gli alimentari ed anche la grande distribuzione.
Tuttavia Confcommercio, sempre a novembre, ipotizza l'avvio di una fase di più solida ripresa del consumo da parte delle famiglie.
E a dicembre appare in miglioramento il sentiment delle famiglie secondo l'ISAE, mentre a gennaio sempre secondo l'ISAE cresce la fiducia nel commercio e nei servizi. Anche il manifatturiero, secondo Confindustria, mostra segni di miglioramento dei livelli produttivi e di ottimismo tra gli imprenditori.
Certamente è un sentiero di ripresa accidentato, disuguale, tutto sommato fragile ed insopportabilmente lento, in cui il capitale di fiducia permane nella psicologia collettiva - ridotto, timoroso, diffidente. Tuttavia, se non si possono tacere o minimizzare i numeri della crisi che deborda dal 2009 per investire anche l'anno in corso, non si possono nemmeno ignorare quei segni congiunturali modesti ma in via di infittimento che sicuramente non invertono di colpo o chiudono (ingenuamente) la crisi, ma per ora la stanno comunque temperando offrendo realistiche speranze di uscita progressiva dal tunnel recessivo in cui siamo chiusi da molti, troppi mesi.
A Treviso la ormai consueta rilevazione trimestrale dell'Osservatorio di Unascom così quantifica con coerenza queste tendenze sudescritte:
- per quasi quattro operatori su dieci le vendite (in quantità) sono calate su base annua;
- pure il fatturato ha registrato la stessa tendenza discendente, con una percentuale assai simile di risposte da parte del campione utilizzato;
- anche l'occupazione mostra segni di smottamento, essendo calata per il 27% degli intervistati a cui va aggiunta una egual percentuale che ritiene vi sia una fetta di lavoro dipendente comunque a rischio di futura contrazione;
- nella ripartizione merceologica adottata, carburanti e moda (soprattutto) segnano le performance congiunturali peggiori, mentre l'alimentare (fisiologicamente) presenta i minori segni di sofferenza ed anzi sembra rialzare la testa;
- per il turismo invece il momento si presenta sostanzialmente fermo, dato che Natale non è ovviamente periodo di turismo d'affari (quello caratterizzante la provincia) e l'inverno trascina verso la montagna (e quindi fuori provincia), mentre si spera nella primavera grazie alle grandi mostre ed agli eventi sportivi in cantiere.
Insomma, come si diceva, i numeri impietosamente ci dicono che siamo ancora posizionati nel trascinamento recessivo e che la convalescenza sembra presentarsi comunque lunga e fragile e non subitanea o miracolosa e comunque non sarà purtroppo immune da ricadute. Tuttavia sono gli stessi numeri campionari a dirci, con identica forza geometrica, che la situazione alla fine del 2009 presenta anche quei citati segni di alleggerimento congiunturale e di ragionevoli speranze per l'inizio del 2010 che vanno qui presentati.
Infatti, per quanto riguarda Treviso:
- comparando le percentuali del peggioramento delle vendite con quelle analoghe del trimestre precedente e con quelle di un anno fa la tendenza è inequivocabilmente verso una contrazione delle risposte negative, specie nelle dimensioni più pesanti (forte calo e fortissimo calo);
- lo stesso identico fenomeno di diradamento delle nubi si rileva per il fatturato, le cui risposte negative sono in netta contrazione nel tempo;
- ed anche sulla liquidità aziendale le risposte indicano una analoga tendenza verso il miglioramento delle dinamiche finanziarie degli operatori;
- perfino sull'occupazione sembra esserci, se non un miglioramento, almeno una certa frenata dello smottamento della forza lavoro che non può che far ben sperare che l'acme critico occupazionale sia, forse, ormai transitato;
- per la prima volta, possibilisti e ottimisti superano i pessimisti circa il fatto che qualcosa si muove, va muovendosi. Anzi, coloro che percepiscono indubbiamente dei segnali positivi sono il 10%, da aggiungere a quel 42% che, più prudentemente, vede almeno tracce, barlumi, piccole luci di positività;
- infine un esercizio, per quanto difficile ed improbo, di previsione per il 2010, l'anno che fino a qualche tempo fa si indicava con buona fede come lo spartiacque mitico tra crisi e ripresa. Per il nostro campione, il 2010 si intuisce assai articolato, perfino imprevedibile, inintelligibile. Infatti per il 23% i consumi per il 2010 sono francamente indicibili, tante e tali sono le variabili che intersecano la previsione. Per il 29% i consumi nel 2010 replicheranno più o meno quelli, poco entusiasmanti, dell'anno appena trascorso. Per un ulteriore 19% invece i consumi registreranno dei miglioramenti definiti però dall'aggettivo modesti (nessuno ha scelto l'altro aggettivo proposto, sostanziosi). Infine, tanto per ricordare la delicatezza e la fragilità della situazione, c'è un altro 29% che dice che potrebbero essere perfino peggiori del 2009. Nel manifatturiero triveneto, la crisi durerà per tutto il 2010 per il 45% delle imprese, fino ai primi mesi dell'anno per il 18%, qualcosa è già cambiato per il 7%, ma c'è un robusto 30% che pensa che la crisi andrà addirittura oltre il 2010 (Fondazione Nord Est Veneto Banca Holding).
Insomma chi vivrà vedrà, si potrebbe dire. Certo è che i numeri dell'Osservatorio di Unascom qui presentati colgono forse nell'ultimo trimestre del 2009 un punto di svolta, un tornante interessante che potrebbe preludere ad un 2010 meno depressivo per i consumi, meno pesante per operatori commerciali e consumatori. Le prossime rilevazioni appunto faranno luce sullo svelarsi dell'anno appena iniziato.
Tuttavia al presente giocano anche due tendenze più strutturali in grado di mutare i consumi nel prossimo futuro. Il primo è un cambiamento culturale dei consumatori, o almeno da una parte di loro, che hanno adottato un modello di consumo ispirato ad una maggiore riflessività e selettività nelle scelte, ad un orientamento che punta alla qualità, all'innovazione reale, al servizio rispetto alla quantità. E' un lento processo di upgrading che vede prevalere cautela, moderazione, senso della misura, desiderio di prodotti affidabili, solidi, nonché di occasioni di evasione con viaggi e vacanze e di beni relazionali, tecnologici e culturali come i libri.
Dall'altro la chiusura di attività commerciali (nei primi nove mesi del 2009 sono scomparse in Italia 6270 imprese all'ingrosso, 12540 imprese al dettaglio, 2890 alberghi e ristoranti) solo amplificata dalla crisi sta ulteriormente desertificando le città e riducendo i servizi per i cittadini, prima che per i consumatori. Il commercio, specie quello di prossimità, non è solo un settore produttivo ma una infrastruttura che ha il ruolo sociale di presidiare e conservare un territorio.
E di preservarlo dalla microcriminalità, dall'incuria, dal deprezzamento degli immobili, dal disordine edilizio.
Non solo: non si pensa abbastanza anche al ruolo di integrazione sociale degli immigrati che i servizi commerciali esercitano da un lato assumendoli e dall'altro ponendoli come titolari ed imprenditori di attività di vendita e di ristorazione (in provincia di Treviso oggi già ci sono circa 2800 imprenditori extracomunitari nell'area commercio e ristorazione).
Guardando avanti, vediamo allora che non cambia quindi solo la congiuntura microeconomica, ma anche la forma mentis dei consumatori (oltre ai loro portafogli, ovviamente) nonché ruolo ed immagine del commercio e dei commercianti, dirimpettai importanti dei cittadini-consumatori ma anche animatori delle città, dei quartieri e dei centri storici. Di ciò ci dimentichiamo spesso, specie chi fa politica e pianificazione dei nostri territori.




